IN MEMORIA DEI DISPERATI CHE CONTINUANO AD ANNEGARE NELLE ACQUE DI LAMPEDUSA: "il treno del giovedì a Ressano Garcia", dal diario di Cserena22, le pagine che vanno dal martedì 14 gennaio 2003 al giovedì 30 gennaio 2003...
Oggi io, il padre, ho l'onore (e il permesso...) di pubblicarle.
Sono pagine importanti e preziose, scritte da una ragazza italiana 24enne neolaureata molto determinata ma riservata, pochi giorni dopo essere "sbarcata" in Mozambico come "casco bianco", nell'ambito del programma di Servizio Civile dell'allora Ministero della Difesa Italiano, per la prima volta aperto anche alle donne...
...certo non giornalista (la prima laurea era in Filosofia, la seconda che le stanno conferendo è in Scienze della Formazione...), ma solo molto appassionata dello scrivere, e così lei "butta giù" sulle paginette del proprio inseparabile diario (diventato nel frattempo elettronico...) le prime forti emozioni vissute "a sorpresa" per il puro gusto forse di rileggerle, o riviverle "scritte", convinta com'era che non verrà probabilmente mai letta da nessuno, nè che le scene di cui è stata sgomenta testimone possano mai avere una rilevanza "politica". E invece... ne son successe, delle cose, da allora !
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Questo che segue infatti è un articolo sullo stesso tema, che apparià però solo oltre un anno e mezzo dopo, nel settembre 2004...
( PAGINA 26 ITALIA CARITAS | SETTEMBRE 2004 ) per leggere l'originare, clicca qui: pdf
IL TRENO DEL GIOVEDÌ
IL TRENO DEI DEPORTATI E L'INCUBO DI LINDELA
Dal Mozambico erano emigrati in Sudafrica in cerca di lavoro.
Vengono internati in un centro dove le violazioni dei diritti umani sono gravissime, poi rimpatriati mille alla settimana. Ma molti provano a tornare…
servizi e foto di Gianluca Ranzato e Cecilia Graiff
Adesso arriva anche la domenica: riporta in patria, alla stazione di Ressano Garcia emigranti senza fortuna
I racconti delineano una situazione di sistematica e grave violazione dei diritti umani. «Quando veniamo arrestati ci sequestrano beni e documenti, per non restituirceli più. Ci obbligano a bere succo di frutta in cui molti hanno trovato residui di compresse non disciolte: dopo avere bevuto veniamo presi da spossatezza, difficoltà respiratorie e senso di nausea. Le condizioni igienico-sanitarie sono disumane. Chi si lamenta viene percosso o torturato. Chi è ammalato non riceve cure adeguate...
Don Adriano guardsa il treno arrivare, senza sorridere. Lo aspetta da due ore nella stazione annoiata e sporca di Ressano Garcia, posto di frontiera tra Mozambico e Sudafrica. Con lui aspettano amministratori locali e poliziotti, le suore Scalabriniane della vicina casa di accoglienza, membri della commissione Justiça e Paz parrocchiale, rappresentanti di Caritas Italiana. E poche altre persone, curiosi e proprietari di minuscole bancarelle che vendono prodotti di seconda mano. L’atmosfera è mesta e carica di tensione. Il treno si ferma fischiando e lascia scendere alcuni agenti sudafricani, armati, che scambiano poche parole e alcuni fogli con i loro corrispettivi mozambicani. Gesti abituali, ma esaurite le formalità, come fosse saltato un tappo, dal treno sciamano centinaia di persone. Per la maggioranza uomini; tra loro poche donne e alcuni minori. Laceri i vestiti, come lo stato d’animo: alcuni scendono sorretti dai compagni. Vengono avvicinati dagli operatori parrocchiali, che li accompagnano al vicino e sfornito “posto di salute”. Molti invece si allontanano rapidi, intimoriti dalla presenza di estranei. (...)
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E poi nello stesso periodo, forse tra il 2004 e il 2005, il giornalista Giuseppe Lanzi (www.giuseppelanzi.org) scriveva...:
Non è semplice parlare di “frontiere” nel nostro mondo ...
« (...) Come a Lampedusa in Italia, anche a Ressano Garcia, in Mozambico, giungono migliaia di africani che tentano di raggiungere il nuovo Eldorado: migliaia di persone che rischiano la vita per raggiungere le miniere di Diamanti o semplicemente un qualunque lavoro in Sud Africa che è la più prospera economia del continente… tutti i giovedì un treno speciale ne riporta diverse migliaia indietro, pronti a ricominciare questo tragico girotondo. Quanti rimarranno incastrati nell’ingranaggio? E chi si accorgerà di loro?»
ma ecco il testo "integrale" (e le date...) del diario, solo i "nomi propri di persone" sono stati modificati, per rispetto della privacy:
Martedì 14 gennaio 2003
Primo incontro con le Suore Missionarie Scalabriniane (che hanno come carisma il servizio missionario ai migranti) che vivono a Ressano Garcia, cittadina di circa 10.000 abitanti alla frontiera meridionale fra Mozambico e Sudafrica, a 80 km da Maputo.
Presenti: io, Giuliano, Claudia e Gianluigi, che è stato invitato dalla suora superiora, I. M. di L., a partecipare alla prima riunione per la costituzione di una Commissione che si occupi del "problema dei migranti" a Ressano. I clandestini che vengono rimpatriati in Mozambico perchè trovati senza documenti dalla polizia sudafricana, sono circa mille alla settimana.
Mentre Gianluigi partecipa alla riunione io, Claudia e Giuliano, accompagnati dal silenzio di Dinho, 12 anni, e dal sole che brucia sulle nostre teste ad una temperatura di forse cinquanta gradi, "visitiamo" Ressano, una città immersa nella sabbia e nella polvere rossa e nel calore che sembra ti tolga la vista, l'udito, e la lucidità di spirito. Tutto è sporco, tutto puzza, le mosche assillano persone, cose animali, cibo,spazzatura, bottiglie di coca-cola...
La stazione ha un solo binario. La gente è seduta per terra, le donne sconsolate anche qui vendono le solite cose: banane, manghi, agajù. Nessun rumore, tutto completamente immobile. Davanti, a noi, la savana, immensa.
Entriamo in una sorta di "ufficio della ferrovia", l'unico che c'è. ci parlano per la prima volta del "combojo de quinta-feira", il treno del giovedì che riporta indietro migliaia di mozambicani espulsi. Treno che gli abitanti di Ressano conoscono bene.
I "contrabbandieri di clandestini", invece, li conosciamo a qualche centinaia di metri dalla stazione, scortati da una guardia armata della polizia mozambicana che ci chiede cosa facciamo. Facciamo i turisti, naturalmente.
Sono cinque o sei persone sotto il canjueiro che bevono birra sudafricana. Dietro di loro, oltre il filo spinato, il Sudafrica, il primo mondo, il mondo dove c'è il denaro, il mondo dove c'è tutto quello che vuoi.
Offro una sigaretta a quello che mi sembra il più sveglio, avrà forse vent'anni, che sta abbarbicato sull'albero, e cominciamo a parlare. Veniamo a sapere i prezzi che le sessanta-settanta persone che ogni giorno arrivano da Maputo per passare pagano a loro: 600.000 mtz a persona (meno di 60.000 vecchie lire), di cui 100.000 mtz vanno ai poliziotti che si incontrano per il cammino, se si incontrano. a lui restano 500 contos, così vive. Mi chiede se voglio passare e quanto posso pagare. Non faccio in tempo a rispondere perchè improvvisamente salta su una camionetta che passa di lì a gran velocità, per poi scomparire subito dalla nostra vista annebbiata nel verde del mato.
Banditi permettendo, dopo un'ora sarebbero stati liberi nel mondo libero. Facile, semplice, indolore.
A pranzo con le suore parliamo: quando possiamo venire, se ci possono ospitare. stabiliamo di venire a Ressano ogni mercoledì sera, per aspettare i rimpatriati del giovedì e subissarli di domande. Qui, "giovedì" significa che può arrivare tanto di mattina come di pomeriggio, come il giorno seguente, come non arrivare per niente; in questo caso semplicemente aiuteremmo giocando coi ragazzi del convitto...
Le suore, simpatiche e molto alla mano, anche se troppo chiacchierone per i miei gusti, paiono molto contente di averci tra loro, anche solo per la solitudine che, immagino io, si deve sentire in un posto come quello.
Per quel giorno torniamo a casa al solito ognuno immerso nei suoi mille pensamenti, riflessioni, sconvolgimenti,domande nate già senza risposta, e sensi d'incredulità, fondamentalmente incapaci di proferire parola.
Mercoledì 15 gennaio 2003
Io, Giuliano e Claudia siamo di nuovo dalle suore.
Appena arriviamo ci avvisano che il treno non arriverà, in quanto il periodo è ancora di ferie.
Infatti il treno non arriva dai primi di dicembre e ciò significa che tantissime persone vivono da quella data nel campo di Lindela, il famigerato "campo di detenzione temporanea" o di "concentramento" (...), in cui si dice avvengano torture e violenze terrificanti.
Così, ci sistemiamo fino al giorno dopo a guardare i bambini timidi e sconvolti al solito della nostra presenza aliena, che puliscono le aule e il giardino per il primo giorno di scuola, che zappano i sassi, che giocano a calcio. Giochiamo con loro un po' a palla, ma subito senza forze, ci stendiamo sulle piastrelle davanti al dormitorio.
Mercoledì 22 gennaio 2003
Siamo di nuovo qui, quasi mi sembra di essermici già abituata a questo strano posto di campagna solitaria a sentir parlare brasiliano...Ci avvisano che il giorno dopo dovrebbe arrivare il treno. La sera io, Giuliano e suor Marinì ci mettiamo d'accordo per come presentarci alle persone che scendono dal treno, cosa fare, come rivilgerci a loro, che domande fare. Anche per le suore è la prima volta, se capisco bene.
Stabiliamo gli obiettivi: "ascoltarli per conoscere la loro storia". In particolare, chiedere quali sono le condizioni vissute fino al momento del rimpatriamento, e le attuali condizioni di salute.
Decidiamo di dividerci in linea di massima così: io mi rivolgerò per quanto possibile alle donne, Giuliano agli uomini adulti, suor Marinì ai giovani.
Buttiamo giù una lista di possibili domande, tipo:
- da dove vieni,
- quando sei uscito/a dal Mozambico per entrare in Africa del Sud,
- dove sei stato arrestato/a,
- adesso hai qualche documento,
- quando sei entrato/a a Lindela,
- come sei stato trattato/a,
- hai mangiato,
- sei stato picchiato/a-torturato/a-violentato/a,
- avevi l'accesso all'acqua e al bagno,
- sei malato/a,
- cosa pensi di fare adesso...
Giovedì 23 gennaio 2003
All'una telefona la polizia: sta arrivando il convoglio.
Ci precipitiamo giù per la discesa verso la stazione a gran velocità incitati dalla suora, con l'acqua in mano, i cappellini in testa, una biro e un foglio in tasca.
Arriviamo insieme al treno.
Ci guardiamo intorno spaventati e ci mischiamo alla folla.
Perdo subito gli altri di vista.
Mi sento stupida, impacciata, troppo bianca e pulita, incapace di avvicinare questa gente sporca, affamata, disperata.
Penso istintivamente agli schiavi, o meglio alle scene dei film degli schiavi negri incatenati e frustati nelle navi verso l'America.
Il treno invece mi porta alla memoria le scene dei film sui deportati ebrei nei campi di concentramento.
I visi delle persone, invece, quelli degli albanesi appena sbarcati sulle coste della Puglia visti al telegiornale.
Mi rendo conto che tutto quello che ho visto finora era finto, era in TV o al cinema. E che adesso invece sono qui veramente.
La mia memoria è piena di scene di film, spesso l'Africa ho la senzazione di averla già conosciuta ancora prima di arrivare.
Esserci fa un altro effetto, lascia senza parole, senza possibilità di commento, con molta rabbia e aggressività da buttar giù, rabbia verso i bianchi, i sudafricani, i portoghesi, i colonialisti, i politici, i potenti, i soldi, e anche verso questo mondo, questi uomini che lo abitano, e il dio che li ha creati.
Mi ritrovo comunque, senza quasi rendermene conto subito, a far domande... molti parlano inglese meglio del portoghese, perchè non sono mozambicani, ma si dichiarano tali per sfuggire alla prigionia prevista per i clandestini rimpatriati dalla legge dei loro paesi.
(...)
a proposito:
Maroni dei miei "maroni",
ASCOLTAMI BENE:
togliti dalla testa di riuscire
a ridurci alla stregua
di uno staterello sudafricano...
Non ti sarà permesso! LO GIURO.
(...)
Parlo con quattro persone, che mi dicono più o meno le stesse cose: sono malati, sono stati torturati e picchiati dalla polizia sudafricana, sia al momento dell'arresto, sia a Lindela, dove sono stati più di un mese, non hanno mangiato quasi niente, uno mi ha detto che il cibo veniva avvelenato con medicine, e per questo non ha potuto mangiare. Non hanno potuto fare il bagno.
Le donne hanno subìto gli stessi trattamenti. Le cerco con lo sguardo: ne vedo una con un carico enorme sulla testa, a fianco a lei una bambina che piange. Non so cosa dire, non so cosa fare.
Resto immobile.
Ad un certo punto mi si avvicina un poliziotto e mi chiede chi sono e cosa faccio. Dico che sono con le suore. Mi dice va bene, ma poi quando mi avvicino ad altri clandestini mi segue ed io non posso parlare liberamente. Vengo a sapere che: i prigionieri di Lindela sono normalmente più di 6.000, in un posto fatto per 1.000 persone.
Dopo un'ora torniamo a casa, accompagnando alcuni uomini all'Ufficio Migrazione perchè possano ottenere un permesso per essere visitati gratuitamente dall'infermiera dell'ospedale di Ressano.
Tutto questo succede per la prima volta, grazie alla Commissione che si è formata (composta da suor M.di.L., superiora, Gianluigi, il capo della polizia di Ressano, alcuni funzionari della Dogana, il segretario dell'Ufficio Migrazione), e con la quale si potrà parlare per denunciare le gravi violazioni di diritti umani di cui abbiamo ascoltato le testimonianze quel giorno.
La prima cosa che ho pensato è che queste persone volevano acqua e cibo prima delle mie domande. E cure. E forse qualche soldo, per poter riprendere il treno e tornare alla propria città, o a qualsiasi città.
Tornati dalle suore assistiamo alla prima riunione con un piccolo gruppo di nove persone attiviste/volontarie messo insieme da Suor Marinì: oltre che del convoglio, si occuperanno di visitare malati di AIDS e seguiranno una formazione per assistenti sanitari.Ci mettiamo d'accordo per andare il giovedì seguente con quattro di loro all' "attendimento e acolhida dos rempatriados" al treno. Saremo in sette invece che in tre.
Sono curiosa di vedere come si rivolgeranno ai loro compatrioti...
Mercoledì 29 gennaio 2003
Quando arriviamo, questa volta, non c'è luce, nè acqua, nè elettricità. Cena con pane e caffè al lume di candela.
Marinì dice che il treno probabilmente non arriverà...
Giovedì 30 gennaio 2003
Invece alle nove telefona la polizia, al solito: il treno è a Komatiporte, fra cinque minuti è a Rossano. Arriviamo alla stazione e con noi il treno, lento, straripante di persone che cominciano a buttarsi giù.
Col mio quadernetto mi avvicino al primo gruppo. Poi al secondo. Poi al terzo. Le stesse storie.
Mi chiamo Alonso, sono mozambicano di Inniambane, ho 15 anni, sono orfano, vivevo a Soweto con mio fratello, sono stato preso dalla polizia il giorno 11 di dicembre, ho passato una settimana al Commissariato e più di un mese a Lindela. Mi hanno picchiato senza ragione, anche adesso nel treno. Il cibo che ci davano era intossicato, dopo un po' ho cominciato a sentirmi male, e ho smesso di bere e di mangiare. Mangiavamo una specie di zuppa (papihna) una volta al giorno e il pane diviso in sei persone. Penso di ritornare in Sudafrica, ma prima devo andare a Maputo per recuperare un po' di soldi. Come ci arrivi a Maputo? Prendo il treno. E il biglietto? Venderò le ciabatte (il treno per Maputo, uno al giorno, costa circa 800 lire, ndr.).
Mi chiamo Jacopo, sono della provincia di Gaza. Oggi nel treno eravamo più di 1.300. Vivevo da 17 anni in Africa del Sud con mia moglie e i miei figli, sono falegname. All'uscita del lavoro sono stato preso dalla polizia. Nonostante avessi con me il passaporto in regola, sono stato portato a Lindela, per "validar" la mia situazione. Sono stato picchiato, per entrare nella prigione di Lindela si passa da varie porte, ogni volta così.... All'ultima porta ho mostrato di nuovo il passaporto. Mi hanno chiesto soldi. Non ne avevo. Hanno strappato il mio passaporto. A Lindela avvelenano il cibo. Quando una persona sta male, dicono che lo curano poi gli fanno iniezioni e sta sempre peggio, finchè muore, noi non sappiamo niente, solo vediamo la gente scomparire. da quando sono arrivato a Lindela sono "scomparse" cinque persone, dopo le "cure". ora devo trovare il modo per tornare dalla mia famiglia. Io, e voi fate questo servizio, chiederei di venire lì a Lindela, di mercoledì, per vedere come ci picchiano quando ci mettono sul treno.
Io sono di Beira, aggiunge un altro, volevo dire che tutto questo è vero, signora, deve crederci, lì ammazzano la gente a forza di picchiarli.
Dopo un'ora così sono distrutta, non le voglio più sentire queste storie, basta, mi dico, sono tutte uguali. Mi guardo intorno per cercare gli altri: la suora freme per tornare a casa, così come le ragazze attiviste volontarie. Giuliano, invece, è circondato da un gruppo di ragazzini che hanno voglia di raccontare, e vedo che ha incaricato uno di loro a disegnargli una mappa di Lindela. Ne aprofitto per dire alla suora che vadano pure, io ho bisogno uregente di fumare una sigaretta. Sa com'è, potrei morire, vorrei morire...
Mi siedo su un muretto, guardando la folla di persone raggruppate. Sono veramente tantissimi. Aspettano il treno per Maputo.
Ho voglia di andarmene, e sto per farlo quando un ragazzetto mi si avvicina. Trema, è sudato, visibilmente ha la febbre alta. Dico vieni con me, andiamo all'ospedale. Passiamo all'ufficio Migrazione per farci dare un lasciapassare per l'ospedale, come la Commissione aveva concordato, per poter ricevere una visita e medicinali gratuitamente. All'ospedale c'è solo un'infermiera. Dice: polmonite, molto grave. Lo sistema in una stanza. Sto con lui, vedo che non gli hanno dato le medicine. Mi dice poi l'infermiera che gliele ha date, ma deve prenderle a stomaco pieno e l'ospedale non ha cibo pronto adesso da dargli, quindi lo fa aspettare la sera.
Non ci credo.
Lui voleva prendere il treno per Maputo. Allora andiamo via. Gli compro due banane e l'acqua. Prende le medicine.
Poi, barcollando sotto il sole dell'una, per mano, arriviamo al treno, che, per fortuna, non è ancora partito. Lui mi si aggarppa.
Io non so cosa fare.
Gli lascio il mio indirizzo, senza pensarci. Lui sale sul treno e mi dico subito che mi sgrideranno ancora, che ho fatto male, che chissà cosa mi verrà a chiedere ora, che poi io che cosa posso fare.
Già, che cosa posso fare. Io farei tutto, darei tutto, verrei con bidoni d'acqua e sacchi di pane, mi farei mandare da casa quintali di clorochina e di antidolorifici e soldi per il treno per Maputo. Sto male. Anche Giul, quando ci ritroviamo in casa non parla. Ci diciamo solo «ne parleremo a freddo».
"Ci sono enigmi che nè i vivi nè i morti sanno risolvere" (Ben Okri, La via della fame, ed.Bompiani, collana "I grandi tascabili")